Il mantra #JesuisCharlie è già fenomeno social, hashtag rumoroso che risuona nelle coscienze di noi tutti, che prima lo si pubblica e meglio ci si sente: responsabili, militanti, informati quanto basta. Il trend vagamente modaiolo quasi occulta contenuti e messaggio del settimanale satirico d’Oltralpe, attivo già nel 1960 sotto il nome di Hara-kiri Hebdo, inizialmente mensile e costretto a cambiare nome nel 1970 in Charlie, nel tentativo di aggirare l’interdizione di alcune pubblicazioni ritenute “scomode”, come quella sulla notizia della morte del generale De Gaulle nella sua residenza di Colombey: pochi giorni prima un incendio in una discoteca aveva causato 146 morti, l’Hara-kiri titolò: “Tragico ballo a Colombey - un morto”.
#JesuisHara-kiri in effetti suona male e malissimo deve aver suonato il nome del suo erede già dal 2009, anno della pubblicazione delle famose vignette su Maometto, e sicuramente ancor prima, sull’onda di un’irriverenza indiscriminata, sottile come la punta di una matita e al tempo stesso pesante e tranchant come una mannaia. Questo è sempre stato il carattere distintivo della rivista, esponente tra i più accreditati di un genere che in Francia ha resistito al secondo dopoguerra, attraversandolo senza paura, basti citare ad esempio Le Canard Enchaîné, nato nel 1912, ancora attivo e ancora orgogliosamente privo di qualsiasi pubblicità.
L’Italia, lontana da vini e formaggi, stavolta è il cugino povero, almeno a giudicare dagli ultimi decenni. Resistono vignettisti che faticano a trovare spazio e che con sempre maggior cautela oltrepassano il limite, da Forattini a Vauro, da Staino a Makkox, passando per Altan. Il vignettista satirico non molla ma è kamikaze coscienzioso munito di casco, in mancanza di una copertura di fuoco adeguata, che di certo non viene dall’editoria, schierata, anche e non solo, politicamente, più per hobby che per necessità e incapace di sostenere matite un tempo affinatissime. Il fatto è che la satira per sua natura segue e si nutre di estremismi e mentre la Francia ha aperto il dibattito al di là dei confini nazionali, con un occhio comunque vigile sui temi politici e sociali interni, l’Italia si è gradualmente chiusa a riccio, ossessionata dalla propria involuzione sociale ed economica. Ecco perché gli ultimi brillanti esempi italiani risalgono agli anni ’70 e ’80, quando il piatto a cui attingere era ricco e ben definito, le tensioni sociali molto più reali che virtuali e il Belpaese talmente al centro e, almeno apparentemente, protagonista della politica europea, che fare satira era una conseguenza quasi naturale di un certo tipo di giornalismo colto e dissacrante. In principio fu Il Male, creato da Giuseppe Zaccaria e condotto dal 1977 al 1982 da Vincino, a lanciarsi in geniali copie di prime pagine di quotidiani italiani con notizie false e al limite del grottesco: storica quella dell’arresto di Ugo Tognazzi come capo delle Brigate Rosse, un tema caldo affrontato in maniera coraggiosa e irriverente. Non mancarono i sequestri, le denunce e i processi per vilipendio e per “offesa a capo di stato estero”, curiosa definizione di Papa Giovanni Paolo II, evidentemente non abbastanza distinguibile dal suo doppio “Giampaolo II”, che spesso faceva capolino tra le pagine del periodico. Tra le trovate spiazzanti anche quella del numero in uscita “con 10 grammi di droga gratis”, in realtà un’innocente bustina di pepe. Successore ideale de Il Male fu Cuore, che chiuse idealmente gli anni '80 e aprì i '90 trovando terreno fertilissimo ai tempi di Mani Pulite. Anche in questo caso trovate brillanti e battute ardite, tra i titoli più copiati il famigerato: "Scatta l'ora legale, panico tra i socialisti". E’ un periodo positivo per la satira italiana, ma è contemporaneo ad un vuoto di potere dovuto agli scandali che investono la Prima Repubblica e immediatamente antecedente alla Seconda, che si rivelerà vero e proprio cimitero del genere. Si passa dai bersagli fissi come Craxi e Andreotti, in alcuni casi addirittura grati alla scarica satirica e all'attenzione che sovente gli viene riservata, all’avvento delle tv private, di un nuovo modo di fare politica, strettamente legato ad un condizionamento mediatico lento ma inesorabile. La satira si adegua alla forma televisiva e troppo spesso si confonde con la comicità, l’imitazione, la macchietta che diverte ma non smuove le coscienze. Tranne quando diventa estrema, fastidiosa, incondizionata, insomma pura: è il 2002 e l’”editto bulgaro” di Berlusconi fa il giro del mondo, bandendo prima a parole e poi di fatto i giornalisti Biagi e Santoro e l’autore satirico Luttazzi. E’ un gesto simbolico e di avvertimento: tutto è permesso, basta che sia controllato e controllabile, urlare va bene, ma a volte è preferibile farlo a bassa voce.
La satira è costretta a scappare, a nascondersi, a inventarsi una nuova Resistenza e a ripartire. Rimangono casi isolati di produzioni cartacee, come l’interregionale Il Vernacoliere, e spazi dedicati in seconda o terza serata, su canali secondari, ma l’unico spiraglio possibile è rappresentato dal Web, sotto forma di sito o blog nella migliore delle ipotesi e di social network in mancanza di altri appigli. Apprezzabili e apprezzati Spinoza.it, Lercio (a sua volta costola di Acido Lattico) e pochi altri esempi di autori slegati brillanti e più o meno schierati. In tv definire “satirica” qualsiasi cosa, da un telegiornale, a uno sketch comico ad un post ripreso dalla Rete, ha fatto sì che la reale accezione dell’aggettivo si perdesse per sempre, mescolata e confusa con quelle di “simpatico”, “divertente”, “polemico”. In Italia, insomma, a forza di scherzare solo ed esclusivamente con i fanti, non riusciamo più a farlo con i santi. E, ancor peggio, a distinguere gli uni dagli altri.

















